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Stories / Poems

Stories by mario rigoni stern

un samaritano nell’inferno

italian

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Nella confusione del grande ripiegamento nel gennaio 1943, tra mille voci che si contraddicevano, tra reparti di soldati ungheresi che già avevano buttato le armi, tra feriti e congelati che non si rassegnavano ad aspettare l’arrivo dei russi negli ospedali, ubriachi per il cognac bevuto nei magazzini, sbandati senza ufficiali o ufficiali senza soldati, c’erano pure coloro che non perdevano la testa e vincevano la paura. E venne la notte piú fredda e ventosa, con la neve che imbiancava i muli e gli uomini. Romedio, con il suo gruppo, quando arrivò l’alba livida, si trovò incolonnato dietro il battaglione. Camminarono tutto il giorno nel grande gelo, come spettri bianchi. Vi fu anche un arresto della marcia perché, davanti, dovettero affrontare un combattimento. E ancora una notte.
E fu in quella notte, durante una breve sosta, che Romedio si accorse di una cosa scura che la neve stava coprendo. Si avvicinò. Era un uomo. Un alpino. Senza levarsi i guanti gli ripulí il viso dalla neve e quello emise un sospiro. Lo liberò dalla neve, lo tirò su prendendolo per le braccia. Non parlava. – Cos’hai? – gli chiedeva. – Sei ferito? Congelato? – Lo trascinò verso la slitta, alzò il telo, buttò fuori una cassa della fureria e lo adagiò lí sotto.
Arrivarono a un villaggio che incominciava l’alba. Il sergente disse che avrebbero riposato qualche ora. Romedio cercò un’isba verso il centro del paese, accostò la mula, sollevò il telo. Ora l’uomo aveva aperto gli occhi e lo guardava. – Sono ferito a una gamba, – gli disse, – aiutami –. Romedio lo portò dentro l’isba, vicino al forno: – Aspettami qui, – gli raccomandò, – non muoverti –. Ritornò fuori, staccò la mula e la condusse sotto una piccola tettoia, dal sacco di mangime che aveva sulla slitta riempí la musetta per la sua mula, la Brenta, e gliela passò attorno al collo: – Mangia, che devi riprendere forza –.
Intanto altri compagni erano entrati nell’isba. Il ferito si stava fasciando una coscia con il pacchetto di medicazione. La pallottola gli aveva attraversato il muscolo ma l’osso non era rotto; il freddo aveva bloccato l’emorragia ma poi l’aveva anche fatto svenire. Con la baionetta Romedio aprí una scatoletta di carne, la vuotò nella gavetta, vi spezzettò dentro anche due gallette; andò a cercare dell’acqua, riempí la gavetta e la pose sulla stufa dell’isba. Quando prese a bollire la levò, la porse al ferito: – Mangiane metà. Ma come ti chiami?
Quello fu il primo che caricò sulla slitta. Altri ne raccolse nello stesso giorno quando ripresero la marcia e per far posto buttò dalla slitta la macchina per scrivere e le rimanenti casse della fureria. «A che servirebbero ora tutte queste carte?» si era chiesto. Guardando indietro, da dove erano venuti, Romedio vedeva una colonna senza fine: una lunga e larga riga nera sulla neve bianca della steppa. Fino all’orizzonte. Ma dove era stata tutta quella gente? Il suo gruppo di slitte si era ormai confuso con soldati sbandati, altri conducenti, artiglieri. Sapeva che davanti a tutti c’erano i suoi compaesani che volevano arrivare a casa, e non arrendersi. Quando qualche sbandato cercava di salire sulla slitta con forza e decisione Romedio gli imponeva di scendere: la Brenta aveva il suo carico da tirare e lui la responsabilità di condurla.
Dopo altri sei giorni di cammino per dossi e pianure i feriti sulla sua slitta erano diventati nove. Un giorno c’era stato un combattimento piuttosto aspro e, quando arrivò con la Brenta in quel villaggio, Romedio portò in un’isba tutte le casse degli ufficiali e fece saltare i ganci che le chiudevano. Contenevano qualche libro, lettere, sapone, nécessaire, ma anche sigarette, latte condensato, cioccolato, biscotti, calze di lana e maglie. Raccolse in due casse i viveri e gli indumenti e abbandonò tutto il resto. Ma dovette anche difendere quelle cose preziose da chi voleva ingordamente mangiarle o spartirle: – Ho dei feriti da portare avanti, – disse, – e voi potete ancora camminare e cercarvi da mangiare.
Quando dopo otto o piú ore di marcia arrivava il momento di dover sostare per un combattimento o per la tormenta, o per la necessità di riposare un poco, sempre, quando era possibile, cercava di ricoverare i feriti che aveva sulla slitta. Il sacco di mangime finí e lungo la pista ogni tanto ci si imbatteva in muli che morivano di stenti o di fame che poi subito venivano spolpati dagli uomini affamati. Romedio era stato fortunato perché un giorno, in un kolchoz abbandonato, aveva trovato un gran mucchio di grano e si era riempito un sacco: «Se la Brenta non mangia, neanche i feriti che ho sulla slitta usciranno da questo imbroglio»; cosí, durante le soste, la mula con pazienza triturava il grano con i suoi grandi molari e Romedio con altrettanta pazienza sgusciava e mangiava semi di girasole. Aveva anche l’accortezza di non farle mai bere l’acqua gelata dei pozzi, e prima di fargliela bere la intiepidiva nella sua gavetta. Ma, in tutto quel caos, doveva anche stare molto attento che non gliela rubassero durante le soste: o per cavalcarla o per mangiarla. La Brenta con altre persone difficilmente avrebbe acconsentito ad andare, ma per previdenza Romedio si legava attorno al polso una cordicella legata a sua volta al collo della mula.
Ai feriti dava l’assistenza che poteva: cibo, acqua, caldo; e in questo gli erano venute molto a proposito le casse degli ufficiali. Uno di loro, poi, un tenente della sua compagnia, era stato accolto sulla slitta con una brutta ferita. Tre giorni dopo che gli alpini glielo avevano portato, la ferita andò in cancrena e l’ufficiale morí. Romedio se ne accorse una notte quando, aiutato da uno sconosciuto samaritano, stava ricoverando i feriti. Chiuse gli occhi al tenente, con fatica gli levò il cappotto con la pelliccia che avrebbe giovato ad altri feriti, e con il samaritano lo seppellí nella neve.
Non si sapeva piú da quanti giorni si andava cosí, come naufraghi in un mare di neve. Ancora due altri feriti gli morirono. Quello che aveva raccolto per primo, che oramai si sentiva «guarito», una mattina volle raggiungere i suoi compagni. La mula Brenta tirava sempre con grande impegno il suo carico, ma ora era dimagrita persino lei e il pelo era arruffato e sempre coperto di brina. Se c’era una salita da affrontare, o la neve alta, Romedio dava due mani alla sua Brenta, e spingendo o tirando le parlava con dolcezza: – Dài, da brava, dài Brenta che ce la facciamo.
Un giorno vi fu un grande combattimento, il decisivo, e i feriti da caricare sulle slitte sarebbero stati centinaia; Romedio ne caricò quanti potevano starci, uno addosso all’altro, stipati. Forse nove. Forse di piú. Sempre piú con fatica andavano anche giorno e notte senza fermarsi; la colonna si sfilacciava in lunghe code, si spezzava in tronconi. Ogni tanto si sentiva sparare e non sapevi chi era, o dove. Altri feriti gli morirono, forse per il freddo. Quando si fermavano non aveva piú la forza per portarli dentro le isbe e cosí, per tenerli caldi, aveva messo falde di paglia sopra i cappotti e le coperte, e il telo sopra la paglia.
Un pomeriggio, il freddo era diminuito e le giornate si erano allungate, vide su una collina dei carri armati e dei soldati vestiti di bianco. Uno di loro, con il binocolo, osservava l’orizzonte dove ancora camminavano gruppi di sbandati.
Il giorno dopo, lungo una strada che attraversava un villaggio, c’era una colonna di autocarri in attesa, con il motore acceso. Erano i nostri Fiat e i Bianchi con degli ufficiali italiani dalla divisa in ordine. Controllavano chi saliva sui camion: i feriti, i congelati, gli ammalati. – Li portate in ospedale? – chiese Romedio a un capitano con la fascia della Croce Rossa sulla manica del cappotto. – In ospedale a Harkov, – gli rispose quello. – Allora, – disse Romedio, – le consegno questi feriti che ho sulla slitta.
Levò il telo, la paglia, le coperte sporche di sangue e d’altro. Il capitano guardò stupito e incredulo. Poi chiamò due soldati dei suoi. Romedio li aiutò a caricare i feriti sul cassone del camion dove era stata stesa della paglia. A uno a uno li salutò e con la mano dava a tutti un segno di affetto e di augurio: – Tra poco sarete in Italia, e poi vi manderanno a casa –. Quando tutti furono sistemati tirò un profondo sospiro di sollievo. – Ma come hai fatto a portare cosí tanti feriti fuori dalla sacca? – gli chiese il capitano. – È stata lei a farlo, la mia Brenta. È tanto brava…
Andarono via leggeri lungo la strada. Dopo un’ora trovarono un cartello con il nome del suo battaglione e una freccia che indicava un gruppo di isbe. Romedio staccò la slitta, lasciò lí anche i finimenti. – Se ci chiedono dov’è il materiale della fureria e il bagaglio degli ufficiali diremo che abbiamo perduto tutto.
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