l’invulnerabile
italian
La nave era carica, pronta per partire a mezzanotte. Piedi strusciavano sulle passerelle di legno. Si cantavano molte canzoni. E molti addii silenziosi venivano dati al porto di New York. Distintivi militari luccicavano sotto le luci d’imbarco…
Johnny Choir non aveva paura. Le sue braccia coperte dalla divisa kaki tremavano di eccitazione e di incertezza, ma egli non aveva paura. Si so-steneva alla ringhiera e pensava. Il pensiero lo avvolse come un involucro lucente, tagliando fuori i soldati, la nave, il rumore. Pensava ai giorni passati, scivolati via.
Alcuni anni prima.
Giorni nel parco verde, presso il ruscello, sotto querce e olmi ombrosi, vicino alle panchine di legno grigie, vicino ai fiori. I ragazzini, lui incluso, scendevano ridendo, capitombolando.
Talvolta avevano pezzi di legno sbozzato, con mollette prese dalla corda del bucato come grilletti; elastici liberati e lanciati nell’aria estiva, come munizioni. Talvolta avevano pistole giocattolo con cui sparavano apposta gli uni contro gli altri. E il più delle volte, quando non potevano permetter-si capsule con polvere, si puntavano le pistole l’uno contro l’altro e gridavano:
«Bang! Sei morto.»
«Bang-bang: ti ho beccato.»
Ma non tutto era così semplice. Sorgevano discussioni, rapide, accese, sbrigative, e in un minuto finivano.
«Bang! Ti ho preso!»
«Oh, mi hai mancato di un chilometro! Bum! Bum! Io ti ho beccato!»
«Oh, no, non mi hai beccato! Come potevi? Ti ho già colpito. Sei morto!
Non potevi sparare a me.»
«Ti ho già detto che mi hai mancato. L’ho schivata.»
«Oh, una pallottola non si schiva. Ho mirato bene.»
«Eppure l’ho schivata.»
«Sciocchezze. Dici sempre così, Johnny. Non giochi lealmente. Sei stato colpito. Devi buttarti a terra.»
«Ma io sono il sergente: non posso morire.»
«Ebbene, io sono meglio di un sergente. Sono capitano.»
«Se tu sei capitano, io sono generale!»
«E io generale maggiore!»
«Basta. Non giochi lealmente!»
L’eterna disputa per la posizione, i nasi sanguinanti, appellativi urlati con voci rauche, il promesso castigo di: «Lo dirò al mio papà.» Tutto questo perché ero parte integrante di un branco di puledrini scatenati, undici per la precisione, che in giugno, luglio e agosto, non avevano il morso davanti al-la bocca dai denti sporgenti.
Soltanto in autunno i genitori ci correvano dietro per metterci la corda, sfregarci dietro gli orecchi con acqua e sapone, e sbatterci in quel recinto con pareti di mattoni rossi e la campana arrugginita nella torre…
Non era passato tanto tempo. Appena sette anni.
Lui era ancora un ragazzo interiormente. Il suo corpo era cresciuto, al-lungato, irrobustito, la pelle si era abbronzata, i muscoli induriti, la massa di capelli fulvi si era scurita, le rughe attorno alla mascella e agli occhi si erano infittite, dita e nocche erano più grosse, ma il cervello non era cresciuto in proporzione col resto. Era ancora giovane; la testa piena di grandi querce e olmi rigogliosi, col ruscello che scorreva vicino, e i ragazzi ar-rampicati attorno alle sue curve che gridavano:
«Da questa parte ragazzi… prendiamo la scorciatoia e blocchiamoli nella Gola del Morto!»
Le sirene della nave impazzirono. Gli edifici di metallo di Manhattan ne rimandarono l’eco. Le passerelle risuonarono mentre venivano alzate e tol-te. Voci maschili gridavano.
Johnny Choir registrò tutto questo, improvvisamente. I suoi rapidi, scatenati pensieri, furono messi in fuga dalla realtà della nave che salpava.
Sentì che le sue mani, sul freddo ferro della battagliola, tremavano. Alcuni compagni cantavano: « It’s a Long Way to Tipperary. » Facevano un allegro fracasso.
«Svegliati, Choir,» gli disse uno, Eddie Smith gli si avvicinò e gli sfiorò il gomito. «Un soldo per i tuoi pensieri.»
Johnny guardava l’acqua scura e luccicante.
«Perché non sono nella Quarta F?», disse semplicemente.
Eddie Smith guardò l’acqua e rise.
«Perché?»
Johnny Choir disse:
«Sono soltanto un ragazzo. Ho dieci anni. Mi piacciono i coni di gelato, le tavolette di cioccolata, gli schettini. Voglio la mia mamma.»
Smith si strofinò il piccolo mento pallido.
«Hai un umorismo molto contorto, Choir. Dunque aiutami. Dici quello che devi dire con una faccia perfettamente impassibile. Altri crederebbero che parli sul serio…»
Johnny sputò oltre la battagliola, per provare quanto ci metteva lo sputo a raggiungere l’acqua. Non molto. Poi provò a osservare dove cadeva per controllare fin quando lo vedeva. Non molto.
Smith disse: «Eccoci in viaggio. Non sappiamo per dove, ma comunque andiamo. Forse in Inghilterra, forse in Africa, forse… chissà?»
«Gli altri… gli altri compagni giocano lealmente, soldato Smith?»
«Uhh?»
Johnny Choir gesticolò.
«Se tu sparassi a quelli laggiù, allora loro dovrebbero cadere, non credi?»
«Caspita, sì. Ma, perché…»
«E non possono sparare a loro volta, se sono stati colpiti.»
«Questa è una realtà basilare nella guerra. Tu spari per primo all’altro, e quello è fuori combattimento. Ma, perché…»
«Sta bene, allora,» disse Johnny Choir. Lo stomaco gli si allentò, e si sentì meglio. Le sue mani, poggiate leggermente sulla battagliola, non tremavano più.
«Fintanto che quella è una legge basilare, soldato Smith, allora io non ho nulla da temere. Giocherò. Giocherò bene alla guerra.»
Smith lo guardò con tanto d’occhi.
«Se giochi alla guerra come parli della guerra, sarà davvero un buffo genere di guerra, secondo me.»
Il suono delle sirene della nave colpì le nuvole. La nave uscì dal porto di New York sotto le stelle.
E Johnny Choir dormì come un orsacchiotto per tutta la notte.
Lo sbarco in Africa fu caldo, rapido, semplice, privo di avventure.
Johnny portò il suo equipaggiamento nelle grosse mani dondolanti, trovò l’autocarro della Compagnia cui era stato assegnato, e cominciò così il lungo viaggio infuocato da Casablanca verso l’interno. Seduto, era il più alto della fila, e dirimpetto aveva un’altra fila di amici, tutti sul mezzo militare.
Sobbalzavano, subivano scossoni, ridevano, fumavano, scherzavano; così tutto il viaggio fu abbastanza divertente.
Una cosa che Johnny Choir notò fu l’affiatamento fra gli ufficiali. Nessuno di loro batteva i piedi e gridava:
«Voglio essere generale, sennò non gioco!» «Voglio essere capitano, sennò non gioco!» Prendevano ordini, davano ordini, revocavano ordini, chiedevano ordini con modi militari, scattanti, che a Johnny parevano il miglior pezzo mai recitato. Poteva sembrare difficile comportarsi sempre così, eppure ci riuscivano. Johnny li ammirava per questo, e non mise mai in dubbio il loro diritto di dargli ordini. Ogniqualvolta non sapeva cosa fa-re, essi glielo dicevano. Erano di aiuto. Accidenti! Erano in gamba. Non come ai vecchi tempi quando ognuno discuteva su chi doveva essere generale, o sergente, o caporale. Johnny non esternò a nessuno i suoi pensieri.
Quando aveva tempo li analizzava, li cullava. Era così stupefacente. Quello era il gioco più importante che avesse mai fatto: uniformi, armi più grosse, e tutto il resto, e…
Il lungo viaggio su strade polverose e sconnesse, e su sentieri glorificati dal bestiame, fu per Johnny Choir poco più di un insieme di urti, grida, sudore. Là non c’era odore d’Africa. C’era odore di sole, di vento, di pioggia, di caldo, di sudore, di sigarette, di automezzi, di olio, di benzina. Odori u-niversali che negavano tutta la Minaccia Nera del vecchio libro di geogra-fia sull’Africa. Guardò con attenzione, ma non vide uomini di colore con pitture magiche sulle facce nere. Il resto del tempo fu troppo impegnato a infilarsi cucchiaiate di cibo in bocca e a rimettersi in fila col piatto per una seconda porzione.
Era un mezzogiorno torrido, a centosessanta chilometri dal confine tuni-sino, e Johnny stava finendo il pranzo, quando uno Stuka tedesco venne giù dal sole, puntando in direzione di Johnny. Sputò dei proiettili.
Johnny non si mosse e lo guardò. Piatti di stagno, utensili per mangiare, pentole e gavette, tintinnarono, luccicanti, sulla sabbia compatta, mentre tutti gli altri membri della Compagnia si sparpagliavano gridando e s’infi-lavano nelle buche, dietro dei massi, o camion o jeep.
Johnny rimase là con una specie di sogghigno, come di chi guarda direttamente il sole. Qualcuno gli gridò:
«Choir, nasconditi!»
Il bombardiere in picchiata mise in azione le sue mitragliatrici: scaricò, sforacchiò. Johnny rimase perfettamente eretto, con il cucchiaio sollevato alla bocca. Piccole pustole esplosero polvere come una gradinata lungo una linea a pochi passi da lui. Vide la linea procedere oltre e continuare per alcuni metri, sputacchiando, prima che lo Stuka si sollevasse sulle ali dora-te e si allontanasse.
Johnny lo seguì con gli occhi finché non lo vide più.
Eddie Smith fece capolino dall’angolo di una Jeep.
«Choir, sei matto. Perché non ti sei riparato dietro il camion?»
Johnny riprese a mangiare.
«Quel tizio non avrebbe colpito il lato di una porta di granaio con un secchio di tinta.»
Smith lo guardò come si guarda un Santo nella nicchia di una chiesa.
«O sei il ragazzo più coraggioso che io conosca, o il più tonto.»
«Credo di essere coraggioso, forse,» disse Johnny, la cui voce era un po’
incerta, come se non sapesse decidersi.
Smith sbuffò: «Accidenti, che modo di parlare!»
Lo spostamento all’interno continuò. Rommel si era trincerato sul Ma-reth e l’Ottava Armata inglese si stava concentrando, e preparava la sua artiglieria pesante per un tiro di sbarramento che, si diceva, sarebbe iniziato fra circa cinque giorni. La lunga colonna di automezzi raggiunse il confine della Tunisia, si inoltrò in una zona montuosa…
L’Afrika Korps aveva preso d’assalto il Passo Kasserine ed era arrivato con una rapida avanzata fin quasi al confine della Tunisia: adesso si stava ritirando verso Gafsa.
«È magnifico,» diceva Johnny Choir. «È così che deve essere.»
La fanteria cui apparteneva Choir avanzò finalmente per il primo combattimento. Fu la prima visione di come il nemico correva, cadeva, si alzava, o restava a terra più a lungo, fuggiva, sparava, gridava, o semplicemente svaniva in una nube di polvere.
Una certa tensione esilarante si diffuse tra i componenti della sua unità.
Johnny la sentì e non riuscì a capirla. Ma finse di essere anch’egli teso, una volta tanto. Era divertente. Non fumò le sigarette che gli offrivano.
«Mi fanno soffocare,» spiegò
Furono impartiti ordini. Le unità americane, dopo essere scese nella pianura tunisina, si sarebbero dirette verso Gafsa. Johnny Choir sarebbe andato con loro nella sua qualità di soldato semplice.
Tuonarono istruzioni, furono distribuite mappe ai comandanti di Compagnia, ai gruppi di carri armati, ai mezzi anticarro semicingolati, all’artiglieria, alla fanteria.
La flotta aerea volava, scintillante, sopra la loro testa. Johnny pensò che era molto bella.
La battaglia divampò. La pianura infuocata fu percorsa da un’ondata le-tale di spari provenienti da postazioni nascoste, fuoco di mitragliatrici, raffiche di artiglieria. E Johnny Choir avanzò veloce dietro una cortina di carri armati, con Eddie Smith che lo precedeva di una decina di metri.
«Abbassa la testa, Johnny. Non stare così eretto!»
«Andrà tutto bene,» ansimò Johnny. «Va’ avanti. Io sto bene.»
«Tieni basso quel tuo testone, ecco tutto!»
Correvano. Johnny tirava grossi respiri. Pareva un mangiatore di fuoco quando prende una boccata di fiamma. L’aria africana bruciava come va-pore di gas alcoolico. Bruciava gola e polmoni.
Correvano. Inciampando su distese di sassi, arrampicandosi su collinette improvvise. Non avevano ancora raggiunto il centro degli scontri. Uomini correvano dovunque, formiche in kaki sgattaiolavano su erba bruciata e infuocata. Correvano da ogni parte. Johnny ne vide due cadere e non muoversi più.
«Oh, non sono esperti,» commentò fra sé.
I sassi, che gli sfuggivano sotto i piedi, erano come quelli lucenti del vecchio torrente asciutto a Fox River nell’Illinois. Quel cielo era il cielo dell’Illinois, blu e nero, e scintillante. Spinse avanti il suo corpo sudato con lunghi balzi. In mezzo a quel caldo soffocante comparve davanti ai suoi occhi una collina verde, alta, larga, stranamente coperta di vegetazione.
Ora, da un minuto all’altro, i «ragazzi» sarebbero scesi gridando da quella collina…
Un violento fuoco di artiglieria scoppiò da quella collina come l’esante-ma di una qualche malattia violenta. La sparatoria dilagò da dietro la collina. Le bombe descrivevano un arco sibilante. Dove colpivano sollevavano la terra e le davano botte, botte, botte! Johnny rise.
L’emozione della cosa colpì Johnny Choir intimamente. I suoi piedi battevano sul terreno, i timpani risuonavano del pulsare del suo sangue, le lunghe braccia dondolavano nella corsa, reggendo il fucile automatico…
Una granata scese dal cielo, affondò a dieci metri da Johnny Choir e vomitò fuoco, pietre, shrapnel, energia.
Johnny fece un gran salto.
«Mi ha mancato! Mi ha mancato!»
Balzò in avanti, un passo dopo l’altro, con decisione.
«Abbassa la testa, Johnny! Sta giù, Johnny!», gli gridò Smith.
Un’altra granata. Un’altra esplosione, un altro shrapnel.
Soltanto sette metri questa volta. Johnny sentì il potente spostamento d’aria, l’impeto e la forza dell’esplosione. Gridò: «Mi ha mancato ancora!
Mi ha mancato!», e continuò a correre.
Trenta secondi dopo si accorse di essere solo. Gli altri si erano buttati a terra per trincerarsi, dato che i carri armati che li avevano protetti doveva-no spostarsi per aggirare la collina. Essa era troppo ripida per quei mezzi.
E, senza la protezione, gli uomini si nascondevano. Le granate fischiavano da ogni parte.
Johnny Choir era solo e ne era contento. Perdio, quella maledetta collina l’avrebbe conquistata da solo. Se gli altri volevano rimanere indietro, egli si sarebbe accaparrato tutto il divertimento.
Duecento metri più avanti una mitragliatrice nascosta crepitava. Rumore e fuoco uscivano come un getto d’acqua dalla canna per innaffiare. Frusta-vano l’aria, colpivano e si spandevano. Rimbalzi di proiettili riempivano la calda aria del pendio.
Choir correva. Correva e rideva. A bocca spalancata, mostrando i denti, si fermò di botto, mirò, sparò, rise, e riprese a correre.
Le mitragliatrici crepitarono. Una serie di proiettili solcò la terra, come il lavoro all’uncinetto di un idiota, tutto intorno a Johnny.
Egli saltellò, zigzagò, corse, saltò, zigzagò. Ogni pochi secondi gridava:
«Mi ha mancato!» o «Questa l’ho schivata!» e poi, calcando i piedi nel terreno, risalì la collina come un nuovo modello di carro armato, roteando il fucile.
Si fermò. Mirò. Fece fuoco.
«Bang! Ti ho beccato!», gridò.
Un tedesco cadde dietro la mitragliatrice.
Johnny continuò a correre. Gli spari si susseguivano in una gragnuola compatta, fulminante. Johnny scivolò in mezzo a essa, come un attore che scivola dietro un sipario grigio, con calma, con facilità!
«Mi hai mancato! Mancato! Mancato! L’ho schivato! L’ho schivato!»
Aveva distanziato tanto gli altri, che appena li vedeva. Nella sua avanzata sparò altri tre colpi.
«Preso! E te, e te! Tutti e tre!»
Tre tedeschi caddero. Johnny gridò la sua esultanza. Il sudore gli rendeva lucide le guance, i suoi occhi azzurri erano brillanti, ardenti come il cielo.
I proiettili scendevano a cascata. Saettavano, scivolavano, spaccavano le pietre sopra, attorno, sotto, dietro lui. Johnny saltellava. Zigzagava. Rideva.
Si piegò velocemente.
Il primo gruppo di artiglieria tedesca era silenzioso. Johnny pensò di occuparsi del secondo. Da lontano gli giunse una voce rauca che gridava:
«Torna indietro, Johnny, maledetto idiota! Torna indietro!» Era Eddie Smith?
C’era tanto rumore, ed egli non ne fu del tutto sicuro.
Vide le facce dei quattro tedeschi appostati alle mitragliatrici più in alto sulla collina. Erano pallide sotto l’abbronzatura del deserto, tirate, e i loro occhi spalancati, le bocche aperte.
Gli puntarono contro le mitragliatrici e spararono.
«Mancato!»
Una granata dalla cima della collina fischiò nell’aria e colpì il terreno a dieci metri da Johnny.
Lui si catapultò.
«Vicina! Ma non abbastanza!»
Due tedeschi lasciarono il loro posto, e fuggirono dal gruppo, urlando parole pazzesche. Gli altri due si attaccarono ai pezzi, sbiancati in volto, e riversarono un torrente di piombo su Johnny.
Johnny rispose sparando.
Lasciò fuggire anche gli altri due. Non voleva sparare loro alla schiena.
Si sedette e si riposò nella buca della mitragliatrice, poi attese che il resto dell’unità lo raggiungesse.
Vide gli americani balzare fuori come fantocci a molla tutt’attorno alla base della collina, e arrivare di corsa.
Tre minuti dopo, Eddie Smith era all’interno della buca di mitragliatrice.
La sua faccia non era diversa, per espressione, da quella dei tedeschi. Gridò, rivolto a Johnny. Lo afferrò, lo toccò, lo esaminò.
«Johnny!», esclamò. «Johnny, stai bene? Non sei ferito?»
Johnny pensò che era una cosa buffa da dire.
«Accidenti, no!», rispose. «Te lo avevo detto che non mi sarebbe successo nulla.»
Smith era intontito.
«Ma io ho visto delle granate scoppiarti vicino, e poi li fuoco delle mitragliatrici…»
Johnny lo rimproverò:
«Ehi, soldato Smith, guardati la mano.»
Eddie aveva la mano rossa. Uno shrapnel, conficcato nel polso, gli aveva provocato una emorragia.
«Avresti dovuto schivarla, soldato Smith. Accidenti, non faccio che ripe-terlo, ma non mi credi.»
Eddie Smith lo guardò in modo strano.
«Non puoi schivare i proiettili, Johnny.»
Johnny rise. Era una risata da ragazzo. Un ragazzo che sa benissimo la procedura di guerra, come viene e come va. Johnny rise.
«Non hanno discusso con me, soldato Smith,» gli disse con calma.
«Nessuno di loro ha discusso. Buffo, no? Tutti gli altri ragazzi discutevano sempre.»
«Quali altri ragazzi, Johnny?»
«Oh, lo sai. Gli altri ragazzi. Al ruscello, là in patria. Discutevano sempre su chi era ferito e su chi era morto. Ma ora, quando ho detto: “Bang, sei morti!” quelli sono stati al gioco senza protestare. Nessuno di loro si è messo a discutere. Nessuno ha detto: “Bang, ti ho colpito io per primo. Tu sei morto!, No, mi hanno lasciato vincere. Ai vecchi tempi si facevano discussioni a non finire…»
«Davvero?»
«Sicuro.»
«Cos’è che hai detto a quelli, Johnny? Proprio: “BANG, sei morto?”»
«Sicuro.»
«E loro non hanno protestato?»
«No. Non sono meravigliosi? La prossima volta penso che sia giusto che io mi finga morto.»
«No,» sbottò Smith. Deglutì e si asciugò il sudore sulla faccia. «No, non farlo Johnny. Tu… continua ad andare avanti come hai fatto finora.» Deglutì ancora. «Ma dimmi, questa faccenda di schivare i proiettili, di non farti colpire…»
«Sì, sì, è così. Ti assicuro, l’ho fatto.»
A Smith tremavano le mani.
Johnny Choir lo guardò.
«Qualcosa non va, soldato?»
«Nulla. Solo… eccitazione. E mi chiedevo…»
«Che cosa?»
«Mi chiedevo: quanti anni ha, Johnny?»
«Io? Dieci, vado per gli undici.» Tacque e arrossì, con aria colpevole.
«No. Che mi prende? Ne ho diciotto, quasi diciannove.»
Johnny guardò i corpi dei tedeschi.
«Di’ a quelli di alzarsi, ora, soldato Smith.»
«Huh?»
«Digli che si alzino! Possono farlo ora, se vogliono.»
«Già ecco,… vedi, Johnny. Insomma… Uh. Senti, Johnny, si alzeranno dopo che ce ne saremo andati. Sì è così. Dopo che ce ne saremo andati. È
contro i… regolamenti… che si alzino adesso. Vogliono riposarsi un poco.
Sì… riposarsi.»
«Oh.»
«Ascolta, Johnny. Voglio dirti qualcosa, subito!»
«Che cosa?»
Smith si umettò le labbra, strisciò i piedi, deglutì, imprecò fra i denti.
«Oh, nulla. Nulla. Maledizione! Tranne che ti invidio. Io… vorrei non essere cresciuto così in fretta. Vedi, Johnny, tu ne verrai fuori da questa guerra. Non chiedermi come, ma io sento che ci riuscirai. Così sta scritto nella Bibbia. E forse io no. Forse io non sono un ragazzo. E, non essendo un ragazzo, non avrò forse la protezione che Dio concede a un ragazzo ap-punto perché tale. Forse io sono cresciuto credendo nelle cose sbagliate…
credendo nella realtà e in cose come la morte e i proiettili. Forse sono pazzo ad immaginarmi queste cose su di te. Certamente è così. Fantasticherie, ma io penso che tu sia… Ah! Qualunque cosa, accada, Johnny, ricordati questo: io ti starò vicino.»
«Sicuro. Soltanto a questi patti, io giocherò,» disse Johnny.
«E se qualcuno ha il coraggio di dire che non puoi schivare i proiettili, sai cosa faccio?»
«Che cosa?»
«Gli tiro una pedata proprio sui denti!»
Eddie esibì un buffo sorriso, mentre si agitava nervosamente.
«Ora vieni, Johnny, muoviamoci, e in fretta! C’è un altro gioco: è già in atto, oltre la collina.»
Johnny si eccitò. «Davvero?»
«Sì,» disse Smith. «Vieni.»
Superarono assieme la vetta della collina. Johnny Choir saltellava, zi-gzagava, rideva; Eddie Smith subito dietro di lui. lo guardava con la faccia pallida e grandi occhi invidiosi…